Il Paladino Stanco
I teatrini di marionette erano centinaia un secolo
fa: oggi si contano su una mano e i pochi burat-
tinai superstiti lavorano con lo spettro della fame

no stanzone col soffitto a volta, in fondo un rettangolo violentemente illuminato: un piccolo teatro e un piccolissimo palcoscenico affollato di personaggi fantastici. Sono i paladini di re Carlo che si battono, in un fragore di ferraglia e di legni percossi , nell´estrema battaglia della difesa cristiana. Bagliori di corazze, mulinare di spade, pennacchi colorati e mezzelune, teste che saltano, corpi che si dividono in due, gambe, braccia, tronchi che si ammucchiano in una carneficina che riesce persino, con un trucco a colorirsi di liquido di sangue. Il pubblico affollato nello stanzone è soggiogato dalla violenza dello spettacolo. Gli occhi sono fissi, sbarrati, le mani contratte nessuno parla e l´emozione inchioda anche i bambini più irrequieti alle panche. La vicenda generosa di Orlando sta per giungere alla sua drammatica conclusione. Ancora una volta risuona sulla piana di Roncisvalle coperta di cadaveri di cristiani e di infedeli, il suono penetrante dell´olifante. Ma re Carlo non giungerà che a dramma concluso quando infine Orlando colpito a morte, dopo un´agonia fatta di tremori e convulsioni degna di un grande attore del teatro realistico reclina il capo sul sasso e muore, qua e là nella sala alcuni uomini si alzano e con un gesto lento e solenne si tolgono il cappello. Qui mi spiega il puparo Emanuele Macrì " i palcoscenici sono quasi sempre due: quello vero con i pupi e la sala con il pubblico " Dicano pure che il teatro dei pupi non ha più seguito, che la gente non ci va più, che la televisione e il cinema hanno ucciso l´opera. Certo i pupi hanno perso molto pubblico, ma i fedelissimi non mancano. Basta venire qui, in teatro, una sera e vedere come la gente partecipa all´azione, come vive la storia dei Paladini. Ed è una storia che tutti conoscono benissimo, la sanno a memoria, eppure ogni volta è come fosse nuova. Quando esce Gano, tutto vestito di nero come la coscienza sua, bisogna sentire che cosa gli grida il pubblico. Dicono che una volta uno abbia addirittura sparato contro Gano. A me non è mai successo, ma scarpe in palcoscenico ne sono arrivate tante e anche pezzi di legno. Una sera io fui costretto a sospendere lo spettacolo. Avevo messo in scena la storia di Guido di Santacroce che cade prigioniero di Micael, l´uomo del mantello nero. Questi lo porta in una torre dove ci fa sentire dei martiri. Ebbi l´infelice idea di sottoporre questo pupo alla tortura del ferro rovente con un trucco. Quando Micael passò per la seconda volta questo ferro rovente nel torace di Guido di Santacroce, il pubblico si ribellò. Per impedire che mi sfasciassero il teatro dovetti interrompere lo spettacolo. Poi uscii e cercai di riportare la calma in sala. La gente gridava: " Basta, smettiamola, vergogna ", e io " Ma sono marionette, non persone di carne ", e la gente: " E´ vero ma allora non erano marionette, erano uomini e queste torture un cristiano non le vuole ". E´ lo stesso con i Paladini. Sanno benissimo che si tratta di marionette ma dicono " Una volta erano uomini " ......... ..... nella zona di Catania due sono le " opere " attive: quella di Emanuele Macrì ad Acireale e quella di Pippo Napoli a Paternò. I pupi catanesi sono assai differenti da quelli palermitani. Sono più grandi, più massicci, meno leziosi ed eleganti ed hanno le gambe rigide (mentre quelli palermitani hanno il ginocchio articolato). Emanuele Macrì, allievo e figlio adottivo di uno dei più illustri pupari catanesi del passato, Mariano Pennise, non ha dubbi sulla superiorità dei pupi catanesi su quelli palermitani. Mi mostra il suo "magazzino" con l´orgoglio di un padre. Sono marionette bellissime, virili piene di vigore. " I Paladini " non devono avere le ginocchia articolate. Devono avere le gambe rigide. Perché i paladini non piegano mai il ginocchio davanti a nessuno " I pupi che Macrì oggi usa sono un pó più piccoli e leggeri di quelli catanesi tradizionali. " E´ stato nel 1927 che mio padre adottivo decise di abbandonare le vecchie marionette. Erano troppo pesanti da manovrare e non era possibile farle muovere con agilità, con naturalezza. Allora ho fabbricato questi nuovi pupi, sempre nello stile catanese, ma un pò più piccoli ". Veramente enormi e pesantissimi sono invece i pupi che muove Pippo Napoli a Paternò. Sono le vecchie classiche marionette catanesi.... ... Proprio per i caratteri strutturali delle marionette i pupari catanesi impiegano una tecnica diversa per far muovere i loro personaggi. Non sarebbe infatti possibile manovrare di fianco, cioè dalla quinta, dei pupazzi del peso di venti chili (nel migliore dei casi) retti, attraverso l´asta di ferro, da un solo braccio proteso e senza appoggio. A Catania i pupi si muovono dall´alto, con un "ponte" del tutto uguale a quello classico delle marionette settentrionali. In questo modo il puparo è costretto ad uno sforzo minore, se pure sempre gravosissimo: piegato in due sul ponte, con il pupo in una mano, per mezzo del ferro, e l´altra occupata a muovere i fili per creare il movimento. A differenza delle marionette vere e proprie che si valgono, per recitare, più voci, e queste voci sono quelle degli stessi operatori, i pupi parlano per la bocca di un solo dicitore, che non manovra. Sta in quinta e declama, in uno stile inconfondibile, le battute. Raramente legge il copione perché un vero puparo conosce a memoria non soltanto l´intero ciclo dei Paladini (che dura diciotto mesi, cioè oltre cinquecento serate, cioè mille ore) ma un gran numero di altri copioni di altri cicli epici e cavallereschi ( i testi religiosi sono ormai quasi completamente usciti dall´uso). E´ impressionante vedere il trasporto con il quale il recitante svolge il suo lavoro, la partecipazione che pone alla vicenda, fino al punto di assumere via via (e il pubblico naturalmente non lo vede) gli stessi atteggiamenti dei pupi. Un´atmosfera del tutto diversa fra i marionettisti del Nord .......


di Roberto Leydi
L´Europeo Numero 8 del 1964