Il crepuscolo dei pupi

I pupi sono un capitolo interessante del costume e del colore locale, ma sono insieme qualcosa di più, se riescono a vincere nei curiosi e negli stranieri la volontà di riderne e a comunicare quasi con un senso di antico pathos umano, tanto più acuto quanto più elementare e scoperto nella sua espressione, fino all´ingenuità ...

... il Pitrè considerava finito il teatro delle marionette. Invece i pupi gli sopravvivono. Sono tornati ad avere, in seguito, periodi di splendore. Continueranno a vivere morendo, ma nella morte che finchè commuove, è vita d´arte ...

... i veri pupi resteranno seri e tragici, nella loro massiccia stilizzazione. Cederanno "da eroi" ai nuovi generi di spettacoli, specialmente al cinema. Nell´anteguerra molte opre siciliane chiudevano per sempre. I pupi crollavano nella loro ultima e vera Roncisvalle. Dal massacro però alcuni si salvavano. Resistono ancora di fronte al destino che li vuole ormai semplici oggetti di museo e di costume. Cercano ancora il combattimenti, dove meglio esprimono la propria vitalità, fatta essenzialmente di ritmo. Qui è infatti il segreto della forza dei pupi. Chi volesse tentarne un´analisi estetica (cosa che viene trascurata dagli insigni storici sopra ricordati), dovrebbe tener presente soprattutto il gran gioco ritmico della vera opra. Questa durante i combattimenti, si trasformava in un enorme strumento musicale, in una specie di grande batteria jazz, con la danza dei pupi duellanti incorporata. Musica e danza si fondevano in una sintesi primitiva di suoni e di movimenti, che variavano e si ripetevano a un tempo, qualche volta fino all´ossessione. Kierkegaard avrebbe detto che i pupi si ostinavano nella "ripetizione" per attingervi un atto di esistenza e di angoscia, nel senso anche religioso. I pupi erano assistiti dal Cielo, dalle forze superiori del bene e del male. L´angelo o il diavolo, che veniva a raccogliere l´anima del caduto, rappresentava l´apertura escatologia e sottolineava il carattere metafisico e religioso dramma ...

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L´osservatore romano del 3 febbraio 1963